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giovedì 7 giugno 2018

L'Etiopia «offre» la pace all'Eritrea - Sì di Addis Abeba al trattato di Algeri del 2000: ora tocca all'Asmara


Con una mossa a sorpresa, la coalizione di governo in Etiopia ha annunciato che accetterà e applicherà integralmente i termini dell’accordo di pace di Algeri per mettere fine all’ultradecennale guerra di confine con l’Eritrea. L’annuncio è arrivato sulla pagina Facebook del Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiopico (Eprdf) guidato dal premier Abiy Ahmed nella tarda serata di martedì 5 giugno, poche ore dopo la revoca dello stato di emergenza nel Paese che durava da febbraio. Ahmed a fine aprile aveva sottolineato la necessità di avviare una nuova stagione nei rapporti con Asmara.
Finora il governo etiope non aveva accettato l’accordo firmato nel 2000 che aveva posto fine a due anni di guerra (scoppiata nel 1998 e cessata nel 2000) costata la vita a 70mila persone. I due Paesi hanno continuato a scontrarsi sporadicamente sulla linea di confine e l’Etiopia aveva rifiutato di consegnare all’Eritrea le località contese, tra cui Badme, come invece previsto dall’accordo. Ma ora il gigante dell’Africa orientale (100 milioni di abitanti) ha deciso di accettare integralmente l’accordo ed esorta l’Eritrea a fare altrettanto. «Il governo eritreo deve prendere la stessa posizione, senza nessun prerequisito e accettare il nostro invito a riportare la pace da tempo persa tra le due nazioni fraterne», ha scritto sempre sull’account Facebook il partito al potere in Etiopia. Il 24 maggio scorso si è celebrato l’anniversario numero 27 della liberazione dell’Asmara e il 25° della dichiarazione di indipendenza dall’Etiopia della piccola Eritrea, che dal 1881 al 1941 fu la «colonia primigenia» italiana. Ma il bilancio è pesantissimo. Agli ultimi posti nelle classifiche del pianeta per reddito e libertà civili, ai primi negli indici di povertà e sottosviluppo, lo Stato del Corno d’Africa vanta anche il triste primato della percentuale più alta di giovani in fuga in tutti i continenti. Due generazioni sono scappate dalla repressione e dall’arruolamento a vita.
Eppure, dopo l’indipendenza conquistata combattendo proprio con l’Eprdf guidato da Melles Zenawi contro il Derg di Menghistu – il militare che nel 1975 rovesciò il Negus installando in Etiopia un regime marxista –, il presidente eletto eritreo Isaias Afewerki prometteva democrazia e progresso. Nella neonata Eritrea negli anni 90 rientrarono tantissimi profughi, l’Asmara attraeva investimenti, i giacimenti minerari e le bellezze paesaggistiche promettevano prosperità. Ma lo scoppio della guerra di confine con l’Etiopia nel 1998 ha trasformato il governo in un regime militare spietato. Afewerki ha sospeso la Costituzione senza più indire elezioni, ha arrestato oppositori e compagni di partito che non riteneva abbastanza fedeli, ha chiuso l’università e i giornali indipendenti e nel 2007 ha cacciato le Ong accusandole di essere agenti stranieri. Si stima che ci siano 10mila detenuti politici in un Paese dove nessuno ha libertà di movimento. Con l’alibi della situazione di “pace-non pace” ai confini quello del presidente è diventato l’unico partito e l’esercito l’unica istituzione pubblica del Paese, paragonato alla Corea del Nord per la chiusura e il controllo ferreo esercitato sui cittadini. Compresi quelli espatriati o fuggiti. I giovani sono dunque reclutati dai 16 anni fino ai 50. In questo modo possono venire usati come manodopera gratuita non solo per i rari lavori pubblici, ma anche come operai nelle miniere il cui sfruttamento è stato nel frattempo concesso a 17 compagnie internazionali, oppure come schiavi e schiave degli ufficiali.
La leva a tempo indeterminato, condannata dall’Onu, ha alimentato un flusso di profughi di età media sempre più bassa: partono da soli persino i 13enni. Si stima che giungano in Etiopia almeno 30 persone al giorno. Altri, invece, fuggono anche da questo Paese verso il Nord. È di ieri la drammatica notizia dell’ennesima strage nel Golfo di Aden: 46 migranti etiopi sono annegati mentre cercavano di raggiungere lo Yemen. Ora la palla è passata nel campo di Isaias Afewerki che per la prima volta dopo due decenni vede venire meno le ragioni che lo hanno portato a trasformare il suo Stato in una caserma. Per ora dall’Asmara – dove poche settimane fa si è recato il sottosegretario agli Esteri Usa Yamamoto senza essere ricevuto dal leader – nessuna risposta ufficiale che possa sbloccare la pace, ma gli oppositori parlano sui social di un popolo tornato a sperare.

Due anni di conflitto per una striscia di terra

Furono 60mila, altri dicono 70mila, i morti nel conflitto fratricida che 20 anni fa vide contrapposti Eritrea ed Etiopia. Paesi poverissimi, i cui partiti al potere – entrambi guidati da leader tigrini – si definivano fratelli dopo aver combattuto insieme la dittatura stalinista del Derg. Motivo del conflitto il confine, marcato con tre accordi bilaterali e trilaterali tra Italia, Gran Bretagna ed Etiopia, nel 1900, nel 1902 e nel 1906. Ma l’Etiopia si era ritagliata il cosiddetto «triangolo di Badme», una zona desertica e priva di risorse, incorporandola nel territorio del Tigrai. Poi non ha accettato le conclusioni della commissione indipendente delle Nazioni Unite istituita dal trattato di pace siglato nel 2000 ad Algeri che ha definito il confine nel 2002 e non ha mai ritirato le truppe dalla zona contesa.

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