CHE TRAGEDIA


Quella avvenuta questa notte intorno alle 4, in acque maltesi, a sole 39 miglia da Lampedusa è la più grande tragedia del mare registrata in queste settimane di sbarchi continui, in cui alla parola "immigrati" è stata associata soltanto la questione dell'emergenza. Forse adesso sarà più facile immedesimarsi nelle condizioni di miseria che spingono i popoli al di là del Mediterraneo a rischiare una fine orribile, con un prezzo altissimo da pagare. Un barcone è affondato, a bordo c'erano circa trecento persone, fra queste anche donne e bambini. Quarantotto sono state salvate dalla Guardia costiera, altre tre da un peschereccio. Ma i dispersi sono almeno duecentocinquanta. "

Erano in gran parte eritrei e somali. Secondo la guardia costiera italiana, la loro imbarcazione era lunga non più di 13 metri, partita due giorni fa da Zuwarah, in Libia. A un certo punto, nella notte arriva ai maltesi una richiesta di soccorso da un telefono satellitare, a bordo del barcone stesso. Partono tre motovedette, un aereo e un elicottero del nostro guardiacoste perché i maltesi erano "impossibilitati" a intervenire. La prima motovedetta raggiunge il barcone in pericolo alle 4, la burrasca e la concitazione rendono un'impresa ogni tentativo di trasbordare i migranti. Finiscono in acqua, mentre la carretta si inabissa.
Il racconto dei piloti dell'elicottero, rientrati dopo aver sorvolato la zona del naufragio alla luce del giorno, è agghiacciante. Decine i cadaveri in balìa delle onde, "abbiamo sperato di vedere qualcuno che alzasse il braccio ma non è accaduto. Tra i cadaveri, difficili da quantificare, anche corpi di bambini". Nella tarda mattinata entra nel porto di Lampedusa la motovedetta con i superstiti. C'è anche una donna incinta.

"Eravamo 370, siamo stati due notti e tre giorni in mare, poi abbiamo visto la nave italiana che si avvicinava" racconta uno dei 51 sopravvissuti. Un altro, un uomo che avrebbe perso moglie e figlio di tre anni, racconta: "La nave italiana è arrivata molto lentamente a motori spenti, lentamente, fino a un metro da noi. Ci siamo spostati e la nostra barca si è rotta e siamo caduti in mare".
Un giovane del Camerun dice di essere rimasto in Libia almeno due anni a fare l'imbianchino. Quando è divampata la guerra civile, gli avrebbero proposto di combattere contro i ribelli. Ma lui - racconta - è riuscito a trovare un barcone per partire pagando 1200 dollari sia per lui che per la sua fidanzata, 24 anni, e un suo amico: gli altri due sono morti. "Siamo partiti dalla Libia e verso le sei di sera è cominciato il cattivo tempo. Siamo caduti in mare, era un inferno. Mi entrava acqua in bocca ma sono riuscito a rimanere a galla. C'erano almeno tre bambini e molte donne. Io mi chiamo Peter Ugo, ho 29 anni".

Il comandante del peschereccio "Cartagine", Francesco Rifiorito: "Era buio pesto, non si vedeva niente neanche con le fotoelettriche, ma ho sentito le grida di queste persone e sono riuscito a tirarle su".


CHE POSSIAMO FARE?
E' difficile dirlo, sicuramente una cosa:
ACCOGLIERE questi disperati disposti a morire pur di cambiare vita ed uscire da una condizione di vita per noi non immaginabile. Ce la possono raccontare, ma ci scivola addosso.
ACCOGLIERE anche nelle nostre case, senza paura del "diverso"
Il "fora di ball" di qualcuno è solo frutto di ignoranza, nel senso vero della parola: ignorare, non conoscere, pensare che chiudendoci a riccio le cose miglioreranno. Ma non sta così! Solo nell'apertura, nell'accoglienza, nell'ascolto, quello vero, troveremo la libertà.
 

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